Fertility day: il problema non è la comunicazione

31 agosto. Tra le ultime foto dalle spiagge, i primi scatti dalle postazioni lavorative e i primi temerari che iniziano a postare il video di “Wake me up when september ends” sui social iniziano a girare delle cartoline diffuse dal Ministero della Salute per annunciare il “Fertility Day” del 22 settembre, una giornata di sensibilizzazione sul tema della fertilità e sul rischio della denatalità, cioè della diminuzione delle nascite.
Le immagini e i copy scelti lasciano perplessi. No, non può essere davvero una comunicazione ministeriale. La prima reazione è: “Ma che, davvero?!”

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Sul sito fertilityday2016.it si susseguono;

  • immagini di cicogne, invitando le donne a “darsi una mossa”;
  • ragazze con una clessidra in una mano e l’altra sulla pancia che ci ricordano che “la bellezza non ha tempo, la fertilità sì” (ok, se sono brutta sto apposto);

  • Bucce di banana abbandonate su un marciapiedi per parlare di infertilità maschile (premio delicatezza 2016);

  • Piedi che spuntano da sotto una coperta, tenendo una pallina antistress sorridente a ricordare che far figli da giovani assicura maggior creatività (è noto, quando lo scrittore ha la sindrome da pagina bianca si dispera per non aver fatto figli più giovane);
  • Drink a ricordare che se bevi dimezzi la tua fertilità (non tutti concordano, ricordate quando Phoebe in Friends aiuta il fratello ad avere dei figli?
    Phoebe: dottoressa, c’è qualcosa che posso fare per aumentare le possibilità di rimanere incinta?”
    Dottoressa: “No, mi spiace.”
    Phoebe: “Davvero voi non servite a nulla!”
    Frank: “Lo so io! Perché non ti ubriachi? Ha funzionato per tante delle mie compagne di liceo.”
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  • Un rubinetto che ricorda come la fertilità sia “un bene comune” (un po’ come l’acqua)

Sul sito si trova anche un gioco, il “Fertility game”, l’utente può decidere di interpretare l’ovulo o lo spematozoo e giocare cercando di fare “centro” evitando i fattori di rischio che possono portare a infertilità: vita sedentaria, infezioni, alcool, cibo spazzatura e droghe. Vi giuro che vedere delle poltrone o dei boccali di birra in quella zona del corpo lascia un po’ sconcertate. 14138011_10154808297868676_8788321493566557506_o

La campagna subisce delle dure critiche sui social. Sembra di vedere quei manifesti del ventennio fascista in cui si invitavano le donne a fare più figli per preservare la razza. 

Inoltre non vince di sicuro il premio “sensibilità” visto che approccia a un tema così delicato in maniera un po’ rude (cosa avrà pensato una coppia che sta cercando di avere figli davanti alla cartolina con la buccia di banana? Cosa penserà una donna che vuole un figlio e sa di essere già “in ritardo” vedendo quella clessidra?).

In poco il sito viene oscurato (inizialmente sembra essere andato giù il server per le troppe connessioni e poi resta una semplice pagina con il logo dell’iniziativa) e le cartoline spariscono.
Su tutti i social del ministero, del Ministro e del Governo non c’è traccia dell’iniziativa né commenti sulle reazioni.

Idem per la pagina Facebook dell’agenzia che ha curato la comunicazione (“scovarla” è stato semplice, era nei credits del sito e appariva nel WhoIs del dominio fertilitydai2016.it), nessun post che parli dell’iniziativa e in nottata dal sito sparisce anche il comunicato che parlava del fertility game e le biografie dei 3 fondatori.

Solo il giorno dopo Matteo Renzi prende le distanze dalla campagna, non ne sapeva nulla e non la condivide. Per far crescere la natalità servono asili, stabilità economica e lavorativa, servizi…

Poco dopo risponde la Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, sostenendo che lei non si occupa del problema sociale, ma di quello di salute e che se il problema è rappresentato solo da due cartoline le sostituiranno ma il messaggio del “Piano nazionale per la fertilità” deve arrivare a più persone possibili.

Successivamente la Ministra dice anche che chi ha fatto la campagna la rifarà, gratis. Con queste due dichiarazioni la Lorenzin derubrica tutta la vicenda a un “problema di comunicazione” senza prendersi alcuna responsabilità.


Dubito fortemente che l’agenzia abbia creato la campagna senza un brief, senza presentare prove e apportare modifiche e che abbia pubblicato tutto sul sito senza che nessuno del Ministero desse un’approvazione formale.

Ho letto il documento che sta alla base della campagna e per questo dico che la comunicazione non è stata sbagliata. Volevano comunicare proprio quello che abbiamo percepito.
Tra i passaggi riporto:

Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili. Dopo avere valorizzato le caratteristiche di indipendenza e realizzazione di sé delle bambine e giovani donne, dopo aver fatto in modo che si tendesse ad una parità di genere, che ha portato alla conquista di un titolo di studio, spesso di secondo livello e un lavoro agognato, magari di responsabilità, la maternità appare improvvisamente alle donne come un preoccupante salto nel buio, un ostacolo ai progetti di affermazione personale.

Vi era parso che quelle cartoline vi dicessero che siete egoiste se aspettate prima di decidere di avere un figlio? Non trovate qualche traccia in questo testo?
Segue:

Le donne che dicono un “no” a priori alla maternità sono, comunque, una minoranza. L’evoluzione recente non sembra delineare uno scenario in cui la donna oppone un no definitivo; si tratta piuttosto di un rinvio. “Non è ancora il momento”! Ed è proprio su questo momento di sospensione che bisogna incidere. In passato, l’orologio biologico delle donne era anche la vicina/parente impicciona che chiedeva insistentemente novità alla sposina. Oggi in periodo di comunicazione politically correct occorre spiegare, informare in modo capillare e continuativo, portare a conoscenza delle donne e degli uomini che la fertilità è una curva gaussiana che comincia a scendere molto prima che la donna consideri la questione come una opportunità.

Insomma, siamo nel politically correct e non c’è più la vicina/parente che vi chiede con insistenza: “ancora nulla?”… ci pensa il ministero con una bella cartolina!

Voglio provare a tirare le somme di questa operazione:

  • Non c’è nulla di male ad affrontare, anche con una campagna ministeriale, il tema della fertilità, magari dando accesso ai cittadini agli esami necessari per accertarsi del proprio stato di salute e delle informazioni necessarie (in quanti conoscono la “endometriosi” o sanno cosa sia il “varicocele”?). Va, però, fatto con delicatezza, cosa di cui nessuna delle persone che si sono occupati di questa campagna sembra essere dotata.

Ad esempio la Lorenzin, intervistata a Sky TG24, il FertilityDay è «un invito alla consapevolezza sulla propria fertilità. Tra l’altro puoi fare gli asili, ma se poi si è sterili e non si riesce ad avere figli non abbiamo i bambini da metterci dentro». Insomma, con pacatezza e dolcezza.

  • La politica non è staccata dalla comunicazione. Sicuri che sia solo un problema di “due cartoline”?
  • La fertilità influenza la natalità, possiamo essere tutti fertili, finché non avremo le sicurezze sociali e lavorative non è detto che decideremo di avere figli (in tutto il documento la parola “asili” o “asilo” non appare nemmeno una volta, per dire). La politica del ministero della Salute non può essere del tutto scollegata da quella del Governo.
  • Ultimo, ma non meno importante, le campagne di comunicazione andrebbero testate, per capire se funzionano e “cancellare” non serve a nulla, tanto meno nascondere la testa sotto la sabbia.

 

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