L’anno in cui imparammo a ridere

Stamattina Timehop mi ha ricordato che sono passati 4 anni da quel giorno.
Ero a Torino e la campagna delle primarie per il candidato sindaco era finita qualche giorno prima. Stavamo prendendo un respiro e organizzando la campagna elettorale vera e propria.
Mentre il comitato si riempiva come ogni giorno, io ero su FriendFeed (ve lo ricordate friendfeed??!) e all’improvviso mi imbatto in un’immagine, questa.
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Iniziai a ridere fragorosamente e, mentre ancora ridevo, arrivò Fassino. Fu un’azione naturale quella di girare il monitor del mio computer e mostrargli il motivo della mia risata. Fu così che il candidato mi disse “Bella! La mettiamo sul sito?”. E lo facemmo (ringraziando, ovviamente, l’autore).

Da questo ricordo ho ripensato a quell’anno, a come l’ironia iniziò a prendere sempre più piede nella comunicazione politica. Sia chiaro, non era il primo caso (c’era stata, ad esempio, la prima campagna delle primarie di Vendola molto giocata sull’autoironia), ma quell’anno, complice un utilizzo maggiore dei social network da parte di cittadini e politici, fu come un’esplosione.
Il 2011 fu l’anno di Sucate, di “Tutta colpa di Pisapia” (che diventò anche un libro), dei #morattiquotes (insomma, a Milano la campagna elettorale regalò parecchi spunti), di “Ma siam pazzi

e del #Battiquorum.
Chi lavorava nei comitati elettorali capì che diventava sempre più importante ascoltare la rete e interagire, divertirsi con gli utenti.
Fu, insomma, l’anno in cui imparammo a ridere, anche nella comunicazione politica.
(e nel mio piccolo, un annetto dopo, coi ragazzi del comitato Bersani per le primarie ci togliemmo lo sfizio degli “scagnozzixbersani“)

 

Qui delle interessanti slide di Dino Amenduni su quella tornata elettorale.

 

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