
Ogni volta che arrivo in stazione, ogni volta che parto. I miei occhi vanno automaticamente lì, a quell’orologio fermo da 33 anni. Quelle lancette immobili su quell’ora maledetta del 2 agosto 1980.
È un attimo. Io non c’ero, sono nata un anno e mezzo dopo, ma il ricordo di quella strage è comunque impresso nella mia memoria. Il pensiero di cosa sarebbe stato se quel giorno i miei genitori fossero partiti, se si fossero trovati a passare per la stazione.
A Bologna è così, anche chi era troppo piccolo per ricordare, chi è nato poco dopo, ha quella giornata impressa nella memoria.
Vi potremmo raccontare di una giornata calda e afosa, come sa essere afosa Bologna ad agosto, di una stazione piena, come sa essere piena la stazione di Bologna in periodo di partenze per le vacanze. Chi va al Sud, chi va al Nord, chi va in riviera, anche solo per un giorno, chi è di passaggio.
Ce l’abbiamo negli occhi e nella testa quella stazione di quella mattina d’agosto.
Poi, in questa normalità estiva, la vedi, la senti esplodere. Quel “busso” sentito da mezza città è nelle nostre orecchie. Quel fumo è nei nostri occhi.
Senti il silenzio surreale che dev’esserci stato per un secondo prima delle urla, delle sirene, le lacrime.
Gli autobus che diventano infermierie volanti, i cittadini che arrivano, che aiutano, le vittime ricoperte di sangue e polvere.
La voce rotta di Pertini che piange per le vittime, per i bambini.
È tutto nei nostri occhi, nelle nostre orecchie. È una ferita nel nostro corpo, che sta lì, in un orologio fermo, in un buco nella sala d’aspetto.
Una ferita che aspetta ancora verità.
