
“Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio“, di Amara Lakhous (edizioni E/O, nella collana Assolo). é un libro bellissimo, saranno tre mesi che l’ho comprato e che lo rileggo riscoprendolo ogni volta. Un’assonanza con Gadda e una somiglianza con il “così è se vi pare” di Pirandello.
“Il Gladiatore” viene ucciso nell’ascensore di un palazzo di Piazza Vittorio, attorno all’omicidio si snoda un’indagine che porta il lettore nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma.
Frammenti di vita quotidiana si intrecciano attorno all’ascensore, all’origine di tante dispute condominiali, rappresentando lo scontro di civiltà che infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni. I protagonisti, che di volta in volta salgono sulla scena, raccontano la loro verità, i loro drammi e i mille equivoci quotidiani.
Non si tratta solo di un giallo, ma una riflessione sull’Italia multi-etnica e sul paese che verrà, raccontato con ironia e con un occhio esterno da Amara.
Qui l’intervista che gli ho fatto.
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“Il Gladiatore” viene ucciso nell’ascensore di un palazzo di Piazza Vittorio, attorno all’omicidio si snoda un’indagine che porta il lettore nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma.
Frammenti di vita quotidiana si intrecciano attorno all’ascensore, all’origine di tante dispute condominiali, rappresentando lo scontro di civiltà che infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri
giorni. I protagonisti, che di volta in volta salgono sulla scena, raccontano la loro verità, i loro drammi e i mille equivoci quotidiani.
Il romanzo di Amara Lakhous “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio”, edito da E/O, non è solo un giallo, ma una riflessione sull’Italia multi-etnica e sul paese che verrà.
Ne parliamo con l’autore.
Lei ha vissuto in un centro di accoglienza a Piazza Vittorio per molto tempo. Può raccontarci questa esperienza?
Ho lavorato per 6 anni in quel Centro di accoglienza, di cui 3 vivendo con questi ragazzi che provenivano da Paesi in guerra, in conflitto o da i grande disagio. Questa esperienza mi ha cambiato veramente la vita, lo dico con molta sincerità. Mi ha dato la possibilità di conoscere il mondo nel senso lato della parola.
Non si tratta dell’esperienza del turista che va in un paese per 15 giorni, o gira il mondo per riposarsi. Nel centro sono entrato in contatto con tante persone provenienti da diverse culture, e ho avuto la possibilità di vedere il mondo diversamente. Sono uscito dalla mia identità, quella algerina mussulmana e araba, e ho sconfinato.
E’ stata un’esperienza molto importante. Il mio romanzo è il frutto di quanto ho vissuto in quegli anni. Altrimenti non sarebbe stato possibile scriverlo.
Cos’è l’integrazione culturale?
Il discorso dell’integrazione è molto ampio. Nel caso italiano integrazione culturale vuol dire imparare l’italiano. È vedere un senegalese, un algerino, un tunisino, un marocchino parlare tra loro non in francese, che è la lingua della colonizzazione, ma in italiano, una lingua di comunicazione diversa. Questo tipo di integrazione in Italia c’è. Io ad esempio parlando con un Bengalese non uso l’inglese, ma l’italiano, e questa è una grandissima opportunità.
Esiste anche un’integrazione economica, perché gli immigrati pagano le tasse, partecipano alla vita economica.
Detto questo, possiamo parlare di quello che manca, l’integrazione politica. Cioè dare il diritto agli immigrati di partecipare alla vita politica, almeno della loro città. Usando la metafora dell’ascensore e del condominio, come ho fatto nel libro, credo che sia ingiusto escludere alcuni condomini, non farli partecipi delle decisioni sulla gestione del loro palazzo, quando pagano il condominio e le spese. La metafora del condominio somiglia molto alla metafora della città. Dare la possibilità a queste persone di partecipare al voto amministrativo è molto importante.
In questo senso che ne pensi della nomina a Roma di Jean Leonard Tuadì ad assessore e l’elezione dei consiglieri aggiunti da parte delle comunità straniere?
Sono certamente dei passi avanti positivi. Il rischio però è quello di dare l’impressione di un cambiamento che poi in realtà non avviene. La nomina di Jean Leonard Tuadì e l’elezione per i consiglieri aggiunti, sono cose molto importanti, ma servono solo a rompere il ghiaccio, e non bastano. Non si possono usare queste due cose positive per ignorare tutto il resto. Credo sia necessario che in questa legislatura venga introdotto il diritto di voto amministrativo agli immigrati. E’ fondamentale, non si può ignorarlo.
Amedeo, il protagonista del libro, è considerato dagli italiani uno di loro, anche alcuni stranieri lo considerano italiano. un esempio di integrazione? quali sono gli elementi che favoriscono una buona integrazione?
Amedeo non lo vedo sotto l’ottica dell’integrazione, ma sotto quella dell’identità.
Si può fare un discorso sull’identità paragonandola a una ricetta gastronomica: si mettono insieme un po’ di religione, un po’ di lingua, un po’ di storia, un po’ di calcio.
In questi giorni, ad esempio, l’identità italiana è rappresentata da una persona che tifa per l’Italia, mette la bandiera alla finestra, urla “siamo campioni”, “viva l’Italia”, va a festeggiare al Circo Massimo. Alla fine magari si scopre che solo forse è cattolico, parla italiano e ha un nome italiano. Per questo la questione dell’identità come ricetta gastronomica non mi ha mai convinto. Penso che sia un concetto molto dinamico ed elastico, che dipende anche dalle esperienze che si fanno.
In questi anni, lasciando Piazza Vittorio, mi sono convinto di questa identità aperta, e mi sono accorto che in parte sono diventato pakistano, albanese, italiano. Il concetto fondamentale dell’identità è la condivisione.
Gli immigrati che vivono in questo paese da 15 anni hanno condiviso con gli italiani la politica, seguendo, passivamente, le elezioni, partecipandovi attivamente in altri aspetti. Hanno subito, sia in positivo che in negativo, gli effetti delle decisioni dei governi. Penso che siano italiani a tutti gli effetti, hanno quindi diritto alla cittadinanza. Così non capisco come gli italiani nati all’estero abbiano diritto a votare, sapendo che per la maggior parte non conoscono molto il paese essendo di terza o quarta generazione. Magari in una partita Brasile-Italia tifano per il Brasile, non pagano le tasse, non condividono nulla con gli italiani e sono riusciti a decidere il futuro dell’Italia. È possibile questo?
Nel suo libro uno dei personaggi odia la pizza e la pasta, come se imparando una cucina, e con essa una cultura, diversa perdesse la propria cucina e la propria cultura. è un messaggio contro il pericolo di un’integrazione che diviene omologazione al paese in cui si vive?
Il caso di Parviz è significativo. L’odio per la pasta e per la pizza è solo un pretesto con cui manifesta il suo profondo disagio.
Vivendo a Piazza Vittorio per 6 anni posso dire di aver visto e vissuto l’Italia del domani.
Il Paese oggi può scegliere tra due strade molto diverse.
La prima è quella di un’”Italia aperta”, non nel senso di permettere ad ogni comunità di fare ciò che vuole solo in nome della propria cultura. Si tratta di un’”Italia plurale”, ricca di tutte le diverse culture che vivono insieme, ovviamente nel rispetto delle leggi e della dignità umana.
L’altra strada è l’“Italia del ghetto”, che impedisce agli immigrati di avere i loro diritti di cittadinanza, li indebolisce sul piano amministrativo. La Bossi-Fini ha fatto questo, ha indebolito gli immigrati regolari, sono deboli nei confronti del datore di lavoro. Non si capisce come mai da una parte c’è la legge Biagi sul lavoro flessibile e dall’altra si chiede agli immigrati di avere un lavoro a tempo indeterminato, perché se ci si presenta con un contratto di 3 mesi non si ottiene il permesso di soggiorno, visto che le attese sono almeno di 9 mesi.
Questo è il grande paradosso.
Bisogna dare la possibilità agli immigrati di essere cittadini, senza aprire le porte a tutti, dare anche delle regole, ma con la promessa di cittadinanza, non si può lasciare la situazione com’è attualmente.
Piazza Vittorio come una piccola Italia, in cui vengono alla luce i pregiudizi degli italiani sugli stranieri e delle diverse comunità migranti al proprio interno?
Infatti io ho raccontato una storia multi-etnica, che ha anche lo scopo di far vedere che come tra un milanese, un napoletano e un romano ci siano delle differenze, dei modi di vedere il mondo diversi, anche tra gli immigrati stessi ci sono differenze.
Dobbiamo imparare a convivere, per questo la metafora del condominio è bella, perché la gente che vive nello stesso posto deve trovare modi e soluzioni per vivere armoniosamente insieme.
Cos’è la letteratura migrante?
Dalla letteratura migrante potrebbero venire due contributi per la letteratura italiana.
Il primo aspetto, il doppio sguardo, io dico “guardare la realtà con due occhi, non con un occhio solo”.
Di solito quando si entra in un ambiente nuovo si cerca di conoscerlo meglio, come un gatto che entrato in una casa la prima cosa che fa è esplorarla. Così l’immigrato, quando arriva in un paese, per sopravvivere, cerca di conoscere bene l’ambiente in cui vivrà e ha la possibilità di guardare la realtà con uno sguardo diverso rispetto a chi ci vive da sempre.
Questo è uno dei pregi della letteratura migrante, cogliere aspetti nuovi della realtà italiana che gli italiani non riescono a cogliere. Come lo specchio, che serve a farci vedere cose che noi con i nostri occhi non possiamo vedere.
L’immigrato, quando ha la possibilità di narrare, di raccontare, può fungere da specchio per gli italiani. Il mio romanzo vuole essere questo, spero di esserci riuscito.
Il secondo contributo riguarda la lingua, venendo da un altro background culturale lo scrittore immigrato ha la possibilità di arricchire la lingua italiana. Io nel mio romanzo ho cercato di farlo, di arricchire, fecondare la lingua italiana partendo da quella araba. Insistendo però su un punto importante, ovvero che la lingua araba è stata una componente importante della lingua italiana, perché per più di due secoli è stata la lingua ufficiale in Sicilia, regione che ha avuto un grande ruolo nel panorama culturale italiano.
Il contributo linguistico è fondamentale in questo senso.
Lei non si limita a tradurre, ma riscrive i suoi testi per l’edizione italiana. in cosa consiste esattamente questo lavoro?
È un lavoro enorme, veramente faticoso, ci ho messo più di due anni a riscriverlo lavorando su 30 stesure.
L’altro lavoro importante l’ho fatto nell’uso dei dialetti. Ho recuperato in questo senso la poetica di Gadda e di Pasolini sull’uso dei diversi dialetti.
Il mio italiano rimane arabizzato, contaminato, per questo ci sono passaggi che possono suonare strani all’orecchio italiano che non è abituato alle immagini o alle metafore provenienti dall’arabo.
Non è una traduzione, perché di solito il traduttore non può tagliare le parti e, soprattutto, non può aggiungerne. Mentre io in questo romanzo ho aggiunto molte parti, ecco perché la riscrittura è evidente. Si tratta di un modo nuovo, di fare letteratura, che inevitabilmente arricchisce la letteratura italiana.
